I rendimenti dei titoli del Tesoro e dei Bund hanno toccato i massimi pluriennali prima di registrare un calo, poiché i dati deludenti sull’occupazione negli Stati Uniti hanno ridotto drasticamente le probabilità di un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve a ottobre.

I mercati azionari globali hanno registrato un leggero calo, con il settore tecnologico che ha raggiunto un massimo storico, mentre l’Europa è rimasta indietro poiché l’ampliamento dello spread OAT-Bund ha pesato sugli asset francesi e sull’euro. Il dollaro USA è rimasto solido e l’oro ha perso terreno.

Macroeconomia

La scorsa settimana i dati sul mercato del lavoro statunitense hanno deluso le aspettative, con l’occupazione non agricola (NFP) in aumento di sole 29.000 unità, rispetto alle 133.000 del mese precedente. Parallelmente, il tasso di disoccupazione è aumentato leggermente dal 4,1% al 4,2%, mentre la crescita salariale ha mantenuto un andamento al ribasso, registrando un aumento del 3,0% su base annua, rispetto al 3,1% del mese precedente. La creazione di posti di lavoro è rimasta molto volatile a livello settoriale.

Per quanto riguarda l’attività economica statunitense, il PIL del secondo trimestre è stato rivisto al rialzo dall’1,5% al 2,2% grazie a una domanda interna più forte. La fiducia delle imprese è leggermente diminuita secondo l’indice ISM manifatturiero (a 54,5), mentre l’indice dei responsabili degli acquisti (PMI) del settore manifatturiero è salito leggermente a 55,9. Entrambi gli indici hanno mostrato un miglioramento del sentiment riguardo ai nuovi ordini, ma anche ulteriori aumenti dei prezzi di vendita.

L’inflazione di fondo della spesa per i consumi personali (PCE) di agosto si è attestata al di sotto delle aspettative, aumentando dello 0,2% su base mensile e del 3,0% su base annua a seguito di revisioni tecniche nel calcolo dell’indice. La fiducia dei consumatori (l’indice del Conference Board) è diminuita a causa delle preoccupazioni relative alle prospettive economiche e alla disoccupazione. L’inflazione è rimasta fonte di preoccupazione, con le aspettative di inflazione a sei mesi nuovamente in aumento al 6,1% su base annua.

Nell’eurozona, le pressioni inflazionistiche sono aumentate a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia. La stima preliminare di settembre ha mostrato un aumento al 3,8% su base annua, dopo il 3,2% su base annua di agosto, e anche l’inflazione di fondo ha registrato un’accelerazione, passando dal 2,4% al 2,5% su base annua. Il PMI manifatturiero è aumentato più del previsto, raggiungendo quota 52,9 rispetto al 52,7 del mese precedente. Il clima di fiducia riguardo alla produzione e ai nuovi ordini è migliorato, ma i costi sono aumentati e anche i prezzi di vendita hanno registrato un forte incremento. La fiducia dei consumatori nell’Eurozona è diminuita a settembre, con crescenti preoccupazioni riguardo alla situazione economica e all’inflazione. Di conseguenza, le vendite al dettaglio hanno subito una contrazione in Spagna e in Francia, mentre in Germania il trend è rimasto positivo.

Nel Regno Unito, il PMI manifatturiero è aumentato leggermente rispetto al mese precedente, raggiungendo quota 51,9. I dati sono risultati contrastanti, con un aumento solo modesto della produzione e dei nuovi ordini rispetto al mese precedente.

In Svizzera, l’inflazione ha registrato un’accelerazione all’1,0% su base annua, principalmente a causa dei prezzi dell’energia. L’indice KOF delle imprese ha registrato un forte rimbalzo, mentre il PMI manifatturiero è sceso dopo aver toccato un massimo il mese precedente.

Questa settimana, l’attenzione continuerà a concentrarsi sulle banche centrali, con la pubblicazione prevista del verbale del Federal Open Market Committee (FOMC) e del resoconto dell’ultima riunione della Banca centrale europea (BCE).

Negli Stati Uniti, l’indice ISM dei servizi di settembre dovrebbe rimanere relativamente stabile a 55,0, mentre il PMI dei servizi dovrebbe confermare la ripresa a un livello elevato di 58,7, sostenuto dal miglioramento del clima di fiducia riguardo ai nuovi affari, sebbene i prezzi continuino a salire. L’indice preliminare della fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan per ottobre dovrebbe rimanere basso a 47,7, rispetto al 48,1 di settembre, sulla scia delle persistenti preoccupazioni relative all’inflazione.

Nell’eurozona, il PMI definitivo dei servizi dovrebbe confermare la ripresa rispetto al mese precedente, salendo da 51,6 a 53,0, sostenuto da un’attività resiliente, mentre le vendite al dettaglio di agosto dovrebbero registrare un andamento misto.

Nel Regno Unito, il PMI definitivo dei servizi dovrebbe confermare il modesto calo registrato a settembre, da 52,5 a 51,7, in un contesto di indebolimento della domanda interna e delle esportazioni, ma con costi e prezzi in aumento.

Azioni

I mercati azionari globali hanno registrato perdite modeste (rendimento totale MSCI ACWI -0,7%) in una settimana caratterizzata da numerosi dati e influenzata dai tassi d’interesse. Un rapporto sull’occupazione negli Stati Uniti più debole del previsto ha ridefinito le prospettive sui tassi di interesse e ha alimentato un rally di fine settimana, compensando in parte l’impatto negativo di un’impennata dei rendimenti a lungo termine (massimo settimanale del titolo decennale statunitense al 5,34%) che ha pesato sul sentiment per gran parte della settimana.

A un’analisi più approfondita, la leadership è rimasta limitata: il Nasdaq 100 (+0,7%), fortemente orientato al settore tecnologico, ha raggiunto un nuovo massimo storico, trainato da una rinnovata domanda per le società legate all’intelligenza artificiale, mentre i titoli azionari statunitensi sono rimasti complessivamente stabili (S&P 500 -0,2%). L’Europa è rimasta indietro (STOXX Europe 600 -1,1%), con Francia (CAC 40 -2,1%) e Italia (FTSE MIB -2,7%) tra i mercati più colpiti a causa delle preoccupazioni di natura fiscale. Quasi tutti i settori globali hanno chiuso la settimana in territorio negativo, ad eccezione di quello tecnologico (+1,4%, il migliore in termini di performance) e di quello energetico (+0,3%).

Venerdì si è verificata un’inversione di tendenza rispetto all’andamento negativo della settimana, grazie a un rapporto sull’occupazione negli Stati Uniti più debole del previsto, interpretato come una buona notizia per i titoli azionari, poiché le probabilità di un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve (Fed) a ottobre sono crollate. Anche i prezzi del petrolio hanno registrato un calo, alleviando ulteriormente le tensioni, grazie al miglioramento dei flussi di trasporto marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz.

Nella settimana a venire, le suddette forze macroeconomiche e gli sviluppi geopolitici rimarranno probabilmente al centro dell’attenzione degli investitori in vista della stagione degli utili del terzo trimestre, che dovrebbe prendere il via a metà ottobre.

Per ora, il petrolio e i tassi d’interesse stanno prevalendo sulla forte crescita degli utili, ma riteniamo che si tratti di un ostacolo temporaneo piuttosto che di un’inversione di tendenza.

Reddito fisso

I titoli del Tesoro hanno trascorso la settimana a livelli che non si registravano dal 2002, con il titolo a 10 anni che ha toccato il 5,34% giovedì mattina e quello a 30 anni il 5,69%, per poi cedere parte del rialzo entro la fine della settimana. Il rendimento a 2 anni ha toccato il picco del 4,96% martedì, per poi scendere al 4,70% venerdì pomeriggio, chiudendo la settimana al 4,82% poiché la probabilità di un rialzo dei tassi a ottobre è scesa dal 70% a meno del 20%. I dati sull’inflazione sono stati modesti e i dati sull’occupazione hanno dato alla Fed un po’ di respiro. Anche i rappresentanti della Fed hanno assunto un tono più paziente nel corso della settimana: il vicepresidente Jefferson ha affermato che non vi è urgenza di modificare nuovamente i tassi, mentre Kashkari ha commentato che prevede un ulteriore rialzo quest’anno e un altro nel 2027.

In Europa, i Bund a 10 anni hanno toccato il 3,65%, il livello più alto dal 2009, ma hanno chiuso la settimana al 3,46%, nonostante l’inflazione nell’area dell’euro abbia sorpreso al rialzo e Christine Lagarde abbia dichiarato al Parlamento europeo che gli effetti di secondo ordine sull’inflazione non richiedono ancora più di una risposta misurata.

La Francia si è ritrovata ancora una volta sotto i riflettori, con gli OAT a 10 anni che si avvicinano al 5%. Lo spread OAT-Bund si attesta ora a 150 punti base (pb), in aumento rispetto agli 85 pb di inizio settembre, un livello registrato solo brevemente durante la crisi dell’euro del 2011-2012. Non deteniamo alcuna esposizione diretta al debito pubblico francese nei nostri mandati in euro e, nonostante i livelli attuali, non siamo propensi ad assumerne alcuna, poiché non vediamo la volontà politica di affrontare il deficit e il carico del debito della Francia. Moody’s è pronta a rivedere il rating della Francia il 23 ottobre – l’agenzia assegna alla Francia un rating Aa3 con outlook negativo, superiore a quello di S&P e Fitch, che è A+ con outlook stabile – e tutti e tre i rating appaiono inadeguati alla luce dell’andamento del debito, del deficit e del panorama politico del Paese. Una nota sull’Italia, che ha attirato meno attenzione: anche lo spread rispetto ai Bund si è ampliato di 40 punti base dall’inizio di settembre, raggiungendo i 120 punti base – il livello più ampio in oltre 12 mesi.

I gilt sono rimasti sostanzialmente invariati, anche se il titolo a 30 anni ha toccato il 6% per la prima volta dal 1998 in una settimana in cui John Healey ha colto l’occasione del suo primo discorso al congresso di partito in qualità di ministro delle Finanze per impegnarsi a rispettare le regole di bilancio e a predisporre una riserva contro le incertezze.

Gli spread si sono ampliati, leggermente nel segmento investment grade (IG) a 5 punti base, ma in misura maggiore nel segmento high yield (HY) e nei mercati emergenti (EM) a 15 bps e nelle obbligazioni Additional Tier 1 (AT1) a 35 bps, dove la Francia ha una ponderazione del 20% nell’indice. Nel corso della settimana, i Treasury hanno perso lo 0,1%, l’IG lo 0,4%, l’HY lo 0,6%, gli AT1 l’1,2% e l’EM l’1,5%.

I rendimenti obbligazionari hanno toccato i massimi pluriennali prima di attenuarsi con l’affievolirsi delle aspettative di un rialzo dei tassi, ma la Francia è stata al centro dell’attenzione, con lo spread OAT-Bund che ha raggiunto un livello che non si vedeva dai tempi della crisi dell’euro.

Valute e materie prime

La scorsa settimana, la coppia EUR/USD è scesa a minimi di poco superiori a 1,12, e il movimento al ribasso è proseguito anche lunedì. Gli spread OAT-Bund hanno continuato ad ampliarsi a un ritmo più rapido e a livelli più elevati rispetto a quelli registrati durante la crisi del debito sovrano dell’eurozona. I rendimenti statunitensi a breve termine rimangono elevati e gli spread a 2 anni sono in linea con livelli più bassi dell’EUR/USD. Questa settimana sono previsti pochi dati importanti e i mercati si concentreranno probabilmente sull’andamento degli spread, il che presenta rischi al ribasso per l’euro. 

La scorsa settimana il dollaro USA è salito a livelli superiori a 102 (indice DXY) sulla scia dei solidi dati PCE. La pubblicazione dei dati sul mercato del lavoro NFP, inferiori alle attese, non ha pesato sul biglietto verde, data l’attenzione del mercato sull’inflazione. L’evento principale di questa settimana è la pubblicazione del verbale della riunione di settembre del FOMC. Il mercato si concentrerà probabilmente sull’enfasi posta sulle prospettive di inflazione e su qualsiasi apparente impegno verso ulteriori aumenti dei tassi. Il contesto generale per il dollaro USA rimane favorevole a ulteriori rialzi.

La coppia EUR/CHF è scesa a livelli inferiori a 0,93, riflettendo l’ampliamento dello spread OAT-Bund menzionato in precedenza. La coppia EUR/CHF continua a essere considerata il miglior indicatore valutario dell’ampliamento degli spread all’interno dell’eurozona, e questo fattore dovrebbe dominare lo spread dei tassi a 2 anni della coppia EUR/CHF. Nella prossima settimana sono previsti pochi dati importanti e la coppia EUR/CHF continuerà a essere scambiata in linea con l’andamento degli OAT.

L’oro ha registrato un calo, attestandosi a livelli intorno ai 4.150 USD per oncia. Osserviamo che il calo dell’oro è sostanzialmente inferiore a quanto ci saremmo aspettati, dato l’enorme aumento dei tassi di interesse sia nominali che reali. Questa apparente decorrelazione implica che l’oro abbia un potenziale di ribasso limitato rispetto ai livelli attuali; osserviamo inoltre che il posizionamento sia sugli ETF che sui futures ha mostrato una minore sensibilità ai recenti cali di prezzo, suggerendo che gli investitori stiano adottando un orientamento a più lungo termine. Manteniamo una posizione complessivamente positiva sull’oro nel medio termine e prevediamo che dovrebbe risalire a livelli superiori ai 5.000 USD per oncia entro il primo trimestre del 2027.

La coppia EUR/CHF è scesa sotto quota 0,93 e, in assenza di dati rilevanti in programma questa settimana, dovrebbe continuare a seguire l’andamento delle OAT (obbligazioni di Stato francesi) in quanto miglior indicatore valutario dell’ampliamento degli spread nell’eurozona.


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