Dal 2022 la finanza sostenibile sta attraversando una fase di rallentamento. L’aumento dei tassi, le tensioni geopolitiche e l’incertezza economica hanno indotto gli investitori a rivedere le proprie ambizioni. Ciononostante, la finanza sostenibile non è scomparsa, ma si è ormai consolidata.
Le grandi dichiarazioni hanno lasciato il posto a impegni più mirati e pragmatici. L’impact investing, che – al di là della performance finanziaria – mira a generare un beneficio sociale o ambientale netto, identificabile e misurabile, è un esempio particolarmente calzante di questa evoluzione. La sua promessa è impegnativa: richiede che le intenzioni degli investitori siano allineate a una trasformazione concreta dell’economia.
Questa esigenza spiega la razionalizzazione osservata negli ultimi anni. Il numero di fondi specializzati si è ridotto e il patrimonio si è concentrato nelle mani di operatori dotati di competenze più solide. Di conseguenza, gli acronimi legati alla sostenibilità e le nuove iniziative sono diventati più rari, mentre le politiche di investimento e la rendicontazione sono diventate più accurate.
Oggi si sta avviando un ciclo di crescita più progressivo, ma anche più maturo e selettivo. I recenti afflussi suggeriscono un aumento dell’interesse: in Europa, secondo Morningstar, i fondi sostenibili hanno registrato afflussi netti per due trimestri consecutivi nel 2026, per un totale di circa 3,5 miliardi di dollari nel secondo trimestre, dopo gli 8,2 miliardi di dollari del primo trimestre.
Questa rinascita di interesse segna l’inizio di una nuova fase per l’impact investing, che è ora trainato da tre tendenze di fondo che potrebbero accelerarne la crescita.
In primo luogo, i gestori patrimoniali hanno maturato una notevole esperienza. All’inizio, l’impact investing era talvolta considerato semplicemente come un tema di investimento tra tanti. Questa visione ne sottovalutava le caratteristiche distintive: i rischi legati alla deviazione dalle strategie tradizionali, le difficoltà nel misurare i risultati e la necessità di conciliare impatto, rendimento, rischio e liquidità.
Dalla fine degli anni 2010, i team di gestione del rischio e di investimento hanno affinato i propri metodi: la costruzione del portafoglio è più rigorosa, i criteri di ammissibilità sono meglio definiti e i rischi di esecuzione sono ora integrati nelle analisi.
In secondo luogo, anche i detentori di asset hanno, da parte loro, precisato le proprie aspettative. I fondi pensione, gli investitori istituzionali e i clienti privati stanno sviluppando approcci propri e stanno integrando in modo più esplicito soluzioni sostenibili nelle loro politiche di investimento.
I bandi di gara sono diventati più precisi. Gli investitori chiedono quali siano gli obiettivi, come verranno misurati e quale sarà il contributo effettivo del loro capitale. Nell’impact investing, una semplice promessa non è più sufficiente; occorre dimostrare il cambiamento che è stato finanziato, riconoscerne i limiti e monitorarlo nel lungo termine.
Un terzo aspetto è la crescente concentrazione nei mercati azionari. I quattro principali titoli dell’indice MSCI World rappresentano oltre il 20% dell’indice; nei mercati emergenti, le tre maggiori capitalizzazioni rappresentano oltre il 30%.
Questa concentrazione sta spingendo gli investitori a cercare nuove fonti di diversificazione, e l’impact investing può contribuire a questo, purché non venga presentato come una soluzione miracolosa. Finanziando aziende, progetti o settori sottorappresentati negli indici tradizionali, l’impact investing può aumentare l’esposizione all’economia reale, rispondendo al contempo a obiettivi sociali o ambientali chiaramente definiti.
Il vantaggio dell’ecosistema di Ginevra
Lo sviluppo dell’impact investing non dipende solo dalla disponibilità di capitali, ma richiede anche un ecosistema in grado di collegare la finanza, l’economia reale, la ricerca, la società civile e le autorità pubbliche.
La Svizzera – e Ginevra in particolare – dispone di alcuni vantaggi rari: una lunga tradizione nella gestione patrimoniale, una forte stabilità istituzionale e una rete internazionale concentrata.
Questo ecosistema offre ben più di un semplice vantaggio reputazionale: le ONG consentono una migliore comprensione delle esigenze sul campo; i ricercatori contribuiscono a migliorare le modalità di misurazione dell’impatto; le imprese individuano le esigenze di finanziamento; e le autorità pubbliche definiscono i quadri normativi necessari. L’annuncio, nell’agosto 2026, dell’istituzione a Ginevra di una nuova sede dell’International Sustainability Standards Board (ISSB) ne è la prova, rafforzando il ruolo della città nella definizione degli standard internazionali e la sua capacità di riunire autorità di regolamentazione, investitori, imprese e università.
Per i gestori patrimoniali, queste interazioni costituiscono una fonte considerevole di conoscenza e innovazione, mentre le transizioni energetica, sociale e tecnologica stanno ridefinendo i mercati. Spetta non solo ai gestori patrimoniali, ma anche alle imprese, ai ricercatori e ai decisori pubblici trasformare questa vicinanza in risultati concreti. È così che l’impact investing potrà passare dall’essere un’ambizione convincente a un’allocazione di asset credibile nel lungo termine, a sostegno dei settori di crescita futuri.
La finanza sostenibile è quindi ben lontana dall’aver detto l’ultima parola in materia; è semplicemente uscita da un’era di slogan e frasi ad effetto, per passare a quella delle prove concrete. L’impact investing può ancora essere ambizioso, purché accetti un nuovo quadro disciplinato: obiettivi misurabili, costruzione rigorosa del portafoglio e solide performance finanziarie.
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