La dottrina delle banche centrali raccomanda di non reagire direttamente a uno shock dal lato dell’offerta, a condizione che esso sia temporaneo e che l’inflazione non sia già stabilmente al di sopra del proprio obiettivo. Attualmente, nessuna di queste due condizioni è stata soddisfatta. L’inflazione sottostante, misurata dall’indice PCE, si è attestata al 3,0% in agosto, e il conflitto tra Stati Uniti e Iran si trascina ormai da oltre sei mesi.

La dottrina delle banche centrali raccomanda di non reagire direttamente a uno shock dal lato dell’offerta, a condizione che esso sia temporaneo e che l’inflazione non sia già stabilmente al di sopra del proprio obiettivo. Attualmente, nessuna di queste due condizioni è stata soddisfatta. L’inflazione sottostante, misurata dall’indice PCE, si è attestata al 3,0% in agosto, e il conflitto tra Stati Uniti e Iran si trascina ormai da oltre sei mesi.

I prezzi dell’energia sono aumentati a settembre, mentre i prezzi dei prodotti petroliferi raffinati negli Stati Uniti sono cresciuti più di quanto lascerebbe supporre la loro correlazione storica con i prezzi del petrolio. Sebbene l’aumento del prezzo del petrolio stia pesando sull’inflazione globale senza necessariamente incidere sui prezzi in generale, il prezzo del gasolio potrebbe alimentare l’inflazione di fondo. Il gasolio alimenterà direttamente gli aumenti dei costi nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia e dei trasporti. Inoltre, per quanto riguarda l’intenzione delle imprese di aumentare i prezzi per preservare i propri margini, i rischi di contagio sono molto reali.

Ciononostante, un eventuale contagio dell’inflazione complessiva ai prezzi di base (cioè esclusi energia e alimentari) si concretizzerà solo se la domanda lo consentirà. Attualmente, la spesa dei consumatori statunitensi sta tenendo bene, come dimostrano i dati di agosto relativi alle vendite al dettaglio e ai nuovi ordini nel settore dei servizi, che hanno raggiunto il massimo pluriennale secondo l’Indice dei Responsabili degli Acquisti (PMI). Ciò significa che vi è terreno fertile per la diffusione dell’inflazione e la Fed ne ha colto il messaggio. Questo significa, quindi, che la Fed dovrà aumentare i tassi di quasi un punto percentuale entro un anno, come si aspettano i mercati monetari? Non crediamo, per due ragioni.

In primo luogo, l’aumento dei prezzi del petrolio frenerà naturalmente una parte della domanda; un tale aumento agisce come una tassa sulle famiglie a basso reddito, per le quali i costi energetici assorbono una parte più consistente del bilancio familiare. Di conseguenza, i consumatori faranno fatica a far fronte all’aumento dei prezzi, il che ridurrà il potere di fissazione dei prezzi delle imprese nei settori interessati. In secondo luogo, nulla indica che gli aumenti dei prezzi saranno accompagnati da analoghi aumenti salariali. Affinché l’inflazione persista nel settore dei servizi, dovrebbe verificarsi un circolo vizioso tra prezzi e salari. Tuttavia, il mercato del lavoro statunitense non sta né assumendo né licenziando in misura significativa, e la crescita salariale sta attualmente rallentando. Senza questo fattore trainante, un aumento sostenuto dell’inflazione di fondo appare improbabile. Queste due argomentazioni suggeriscono quindi che la Fed debba inasprire i tassi in modo più graduale rispetto a quanto previsto dai mercati monetari. 

La Fed ha fatto bene ad ammorbidire la propria posizione: di fronte a uno shock che minaccia sia la stabilità dei prezzi sia la sua credibilità, aspettare avrebbe comportato il rischio di commettere lo stesso errore commesso nel 2021. In prospettiva, l’aumento dei prezzi del petrolio e il rallentamento della crescita salariale depongono a favore di un inasprimento monetario limitato. Secondo il nostro scenario, i mercati monetari attribuiscono a Kevin Warch un’immagine di eccessiva fermezza, senza aver ancora compreso appieno come reagisca agli indicatori economici chiave.

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